Michael Schumacher, le confessioni di Jean Todt: “Lo vedo sempre”

Jean Todt, ex Ferrari e FIA, parla del legame con Michael Schumacher, della sicurezza stradale e dell’assenza di contatti con Maranello dopo il suo addio

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Manuel Magarini

Giornalista automotive

Classe 90, ha una laurea in Economia Aziendale, ma un unico amore: la scrittura. Da oltre dieci anni si occupa di motori, in ogni loro sfaccettatura.

Pubblicato: 4 Febbraio 2025 16:04

Todt ha lasciato la Formula 1. In compenso, la polvere dei circuiti è rimasta incastrata sotto le sue scarpe. Non è mai stato un uomo di troppe parole: abituato a lavorare nell’ombra, ha sempre preferito i fatti alle dichiarazioni altisonanti. Basta, però, citare Michael Schumacher e il velo della riservatezza comincia a togliersi. In un’intervista a La Repubblica, si è sbottonato più del solito, rivelando come il legame con il campione tedesco continui ancora. E in pochi possono dire altrettanto.

Un’eredità unica

La famiglia ha protetto Schumacher da tutto e tutti. Tuttavia, Jean Todt è dentro quel cerchio ristretto. “La famiglia ha scelto la riservatezza e rispetto questa decisione. Lo vedo regolarmente e con affetto, lui e i suoi cari. Michael è parte della mia vita”, confessa Todt. In pochissimi conoscono davvero le condizioni del sette volte campione del mondo. Un silenzio rispettoso lo avvolge, mentre lo storico amico e mentore lo accompagna nel percorso con discrezione.

Era un fratello, un amico prosegue Todt -. Sembrava arrogante, ma in realtà era timido e riservato. Voleva una vita normale, accompagnare i figli a scuola, godersi la quotidianità”. Il figlio Mick, invece, non ha avuto la stessa fortuna in Formula 1. “Penso sia stato trattato ingiustamente. Ha guidato una macchina poco competitiva e non ha avuto un’altra chance. Non gli è stato dato alcun vantaggio per essere il figlio di Michael, anzi”.

Dopo aver lasciato la FIA nel 2021, Jean Todt ha scelto un’altra battaglia. Meno rumorosa della Formula 1, ma con numeri spaventosi: 1,2 milioni di morti all’anno, 50 milioni di feriti. Strade che diventano circuiti senza regole. “Il 90% degli incidenti avviene nei Paesi a basso reddito. La mia missione è sensibilizzare governi e privati su questa emergenza”, spiega.

L’iniziativa ha portato alla creazione di un casco hi-tech per motociclisti dal costo accessibile di 20 dollari. “Abbiamo lanciato una campagna mondiale con il supporto di JCDecaux e 16 celebrità, coinvolgendo oltre 80 Paesi e mille città, tra cui Roma e Milano. La chiave è semplice: educazione, applicazione della legge, veicoli e infrastrutture sicure, cinture di sicurezza, casco, niente distrazioni alla guida. Se tutto ciò fosse rispettato, potremmo dimezzare le vittime”.

L’impegno nella sicurezza stradale non è nato per caso. “È un tema che mi appassiona da sempre e sento il dovere di restituire qualcosa alla comunità”, racconta. L’umanità è sempre stata al centro della sua visione, tanto che nel 2004 ha fondato, insieme al professor Gérard Saillant e a Schumacher, l’ICM (Istituto del Cervello e del Midollo Spinale) a Parigi. “Michael accettò subito di contribuire”, ricorda.

I (non) rapporti con Ferrari

Pagine memorabili quelle scritte a Maranello. Capaci di elettrizzare milioni di fan in tutto il mondo. Todt è lapidario: “Il periodo in Ferrari è stato il più importante della mia carriera. Quando arrivai, trovai una struttura frammentata. Pian piano costruimmo un gioiello, con Michael al centro di un team straordinario: Ross Brawn, Rory Byrne, Aldo Costa, Paolo Martinelli. Abbiamo vissuto momenti incredibili, come Suzuka 2004: il coronamento di anni di sacrifici”.

La Ferrari di oggi e quella di ieri sembrano due mondi diversi. Todt lo sa bene. “Dopo aver lasciato la FIA, non ho mai ricevuto alcun contatto. Mi ha sorpreso, considerando il tempo e i risultati dedicati a questa azienda straordinaria”. Sedici anni, quattordici titoli. Oggi, il silenzio.